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Prima per studio, poi per lavoro, la Cina da qualche anno è entrata a far parte della mia quotidianità. Il contenuto orientaleggiante e fascinoso dei tomi di Cultura Cinese si è scontrato con la dura realtà della mentalità “business is business” che anche in Cina sembra aver attecchito tra i giovani in carriera.

Quell0 che ho potuto intuire dagli scambi con i miei colleghi cantonesi è certamente una scheggia, paragonato all’esperienza del giornalista e saggista Federico Rampini, corrispondente da Pechino per molti anni. Nel suo libro L’impero di Cindia, Rampini analizza quello che è il trend più importante dell’ultimo decennio, a cui l’Occidente sta guardando con un misto di ammirazione e timore: il boom economico inarrestabile di Cina e India, rappresentativi di un Estremo Oriente che intimorisce l’Occidente industrializzato con la progressione della sua corsa al benessere.

Nel volume La speranza indiana, Rampini si focalizza invece sull’India, bacino di nuove leve talentuose dell’Information Technology e di altri campi scientifici.

Qualche considerazione dopo la lettura di questo saggio molto puntuale e documentato.

I punti di forza dell’India si possono essenzialmente riassumere nei seguenti: giovani ed eccellenza.

Con l’attuale boom demografico, la nazione che ospita un sesto degli abitanti della Terra ha attaualmente il 70% di popolazione under 4o. Quest’età media tesa verso il basso significa maggior forza lavoro, e soprattutto forza lavoro moderna, aperta alle nuove tecnologie e all’internazionalizzazione. La dominazione colonialista ha lasciato all’India un’importantissima eredità, l’anglofonia; padroneggiando perfettamente la lingua degli ex dominatori, che è anche la lingua delle nuove tecnologie, i giovani studenti indiani hanno una marcia in più rispetto ai loro linguisticamente traballanti coetanei europei. L’ inglese è infatti il minimo sindacale richiesto agli studenti per seguire i corsi delle prestigiose facoltà scientifiche sparse nel Paese.

Veniamo dunque al secondo punto, l’eccellenza. Solo per fare un esempio, gli studenti scartati alle selezioni per l’Indian Institute of Science di Bangalore, la Silicon Valley indiana, ripiegano su Harvard…questo per far capire l’altissimo livello degli studenti ammessi e della ricerca effettuata in queste università, spesso sovvenzionate dai grandi gruppi industriali indiani come Tata e Infosys.

Il paragone con l’Italia viene spontaneo: siamo i fanalini di coda dell’UE per quanto riguarda la conoscenza di lingue straniere. I nostri cervelli migliori faticano spesso ad affermarsi all’estero proprio per questo deficit insito nel nostro sistema scolastico; anche quando si parla dei migliori campi di ricerca, la competenza linguistica necessaria per affrontarli a livello internazionale resta alla bravura del singolo. Questo ci pone in una posizione molto sfavorevole rispetto agli altri Paesi europei e non, imponendoci un ruolo di secondo piano. Inoltre, la connessione delle Università con il mondo del lavoro è quanto di più lontano ci sia dalla realtà; se in India le società finanziano la ricerca sicuri di avere come tornaconto soluzioni tecnologiche sempre più innovative e un potenziale di risorse umane di altissimo livello da assumere, da noi un neolaureato deve affrontare una ricerca di lavoro per cui deve ritenersi fortunato se riesce a trovare un posto da “interinale”.

Non voglio fare l’apologia dell’India, un Paese ricco di contraddizioni e con problemi certamente enormi; ma credo valga la pena esercitarsi nell’arte di cui gli indiani sono maestri: osservare ciò che di positivo c’è negli altri Paesi e farlo proprio, cercando di adattarlo alla propria situazione.

Silvia

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