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Condivido questo interessante articolo apparso su Repubblica e scritto da Lucio Caracciolo, direttore del periodico Limes. Vengono analizzati gli scenari politici legati alla gravissima situazione umanitaria generata dal terremoto di Haiti: per capire.
buona lettura,
Claudio

Haiti: nelle braccia dell’Occidente

di Lucio Caracciolo

Molti haitiani sperano in un protettorato straniero. Usa e Brasile in prima fila. Obama non vuole ripetere gli errori di Bush e ribadire la leadership americana nel giardino di casa. Una prova per il presidente.

“Questa tragedia è una cosa buona per noi, perché ci fa pubblicità”. La frase sfuggita a George Samuel Antoine, console di Haiti a San Paolo del Brasile, davanti alle telecamere dell’emittente Sbt, a prima vista appare un distillato di puro cinismo. Ma rivela probabilmente la speranza di molti haitiani sopravvissuti al terremoto: assoggettarsi a un protettorato internazionale. Nel senso pieno del termine. Meglio un governo di stranieri che l’anarchia e le vessazioni dei banditi. Se poi questi stranieri sono americani, capofila di una cordata con Brasile, Francia e Canada, investiti delle responsabilità primarie in quanto potenze più influenti sull’isola, tanto meglio.

Le assicurazioni della Casa Bianca di non voler governare Haiti, obbligate dal bon ton diplomatico, passano in second’ordine di fronte all’immediato, robusto e assai esibito impegno americano nel dopo-terremoto. Per il primo paese indipendente dell’America Latina (1804), nel quale Simon Bolivar trovò rifugio e assistenza, sperare nella colonizzazione nordamericana è un bel paradosso. E forse si rivelerà una chimera, quando fra non molto i riflettori dei media saranno spenti. Ma nell’ora più triste e insieme più globale di quella terra miserrima, come negare ai sopravvissuti il sogno di un futuro diverso? Di diventare un altro Puerto Rico?

La catastrofe che il 12 gennaio si è abbattuta su Port-au-Prince e su milioni di haitiani ha scatenato una nobile competizione fra nazioni, organizzazioni internazionali e associazioni private a chi soccorre prima e meglio i superstiti. La solidarietà di cui siamo testimoni esprime quel senso di appartenenza al genere umano – al di là di razza, credo, storie e frontiere – che solo le grandi emergenze sanno suscitare. Nelle scelte dei maggiori leader mondiali e regionali si possono però intravvedere anche le strategie geopolitiche che segnano questa competizione non solo umanitaria.

A cominciare da Obama: “Questo è un momento che richiede la leadership dell’America”. La mobilitazione militare e civile, l’impegno personale del presidente, la formidabile eco mediatica rivelano che lo spirito missionario degli americani, pur in tempi di crisi, resta vivo. Su questo slancio, Obama si propone di raggiungere tre obiettivi.

Primo e principale: non ripetere l’errore di Bush, che di fronte allo tsunami asiatico del 2004 e soprattutto al disastro provocato l’anno dopo dall’uragano Katrina, si mostrò torpido e distratto. Confermando l’immagine di una superpotenza egoista e declinante. E destando il sospetto che asiatici e neri americani – le vittime “invisibili” dello tsunami e di Katrina – non fossero per Bush meritevoli di attenzione. Da quella pessima performance del suo predecessore, più ancora che dal disastro iracheno, Obama trasse la convinzione di poter competere per la Casa Bianca. Oggi che la sua stella non brilla come i suoi sostenitori speravano un anno fa, il presidente non poteva farsi cogliere impreparato da una simile emergenza.

Secondo: dare profilo specifico alla sua visione – finora piuttosto retorica – degli Stati Uniti come potenza capace di esprimere la propria egemonia non attraverso l’esibizione o peggio l’impiego della forza, ma raccogliendo intorno a sé ampie coalizioni internazionali. E assumendosi la responsabilità di guidarle. Sotto questo profilo, Haiti è il caso perfetto: un’impresa umanitaria dall’eco planetaria, circoscritta nel “cortile di casa” americano, lo spazio caraibico. Dove non esistono potenze in grado di competere con il colosso a stelle e strisce. La Cina è lontana. Degli europei conta solo la Francia, sollecitata in questo caso dal richiamo storico e culturale della francofona Haiti. Riferimento che spiega anche l’interesse canadese, o meglio del Québec, che per rafforzare la sua impronta francofona ha importato una vasta colonia haitiana. Parigi e Ottawa peraltro si muovono di concerto con Washington.

Terzo: impedire che forze nemiche o inaffidabili prendano piede a Haiti. Un classico Stato fallito, di fatto non governato da nessuno. Haiti non è la Somalia, certo. Ma i recenti corteggiamenti venezuelani al presidente Préval, sostanziati da forniture energetiche e progetti infrastrutturali, miravano a calamitare Haiti nell’Alba, l’asse antiamericano guidato da Caracas e L’Avana. L’intervento di Obama, che intende porre gli haitiani sotto la provvisoria (?) tutela statunitense, serve anche a stroncare tali velleità. Intanto, Cuba ha aperto il suo spazio aereo ai voli di soccorso americani. Mentre la base di Guantanamo – più nota come prigione per terroristi che Obama prometteva di chiudere e non ha chiuso – funge da hub logistico per le operazioni Usa nell’isola terremotata, da cui la separa solo uno stretto di un centinaio di chilometri, il Windward Passage.

Il principale partner degli Stati Uniti in questa operazione è il Brasile. Insieme ai primi soccorsi, Lula ha inviato sul posto il ministro della Difesa Nelson Jobim. A Haiti sono schierati 1.266 soldati brasiliani impegnati nella missione Onu di stabilizzazione (Minustah), a guida verde-oro. L’impegno che si protrae da sei anni, con scarso successo, non è unicamente volto a riportare l’ordine a Haiti. Vuole anche illustrare le ambizioni brasiliane di potenza non solo sudamericana ma tendenzialmente panamericana. Dunque proiettata anche verso i Caraibi e l’America centrale. In un rapporto di cooperazione/competizione con gli Stati Uniti, da cui pretende un trattamento paritario. Brasilia peraltro resta refrattaria alle gesticolazioni neobolivariste di Chavez e alla sinistra radicale di Ortega (Nicaragua), Morales (Bolivia) e Correa (Ecuador).

Quando l’emergenza haitiana sarà trascorsa, speriamo con duraturo sollievo per quella popolazione, potremo procedere a una doppia verifica geopolitica. Per l’America, vedremo se avrà dimostrato con successo che non intende tollerare Stati falliti nell’”estero vicino”. Destinati forse un giorno a fungere da trampolini di lancio di potenze ostili od organizzazioni terroristiche. Quanto al Brasile, stabiliremo se la sua proiezione di potenza oltre la frontiera sudamericana può sostanziarsi in una sfera d’influenza privilegiata, magari in coabitazione con gli Stati Uniti. Così ponendo fine all’assoluta, bisecolare egemonia a stelle e strisce sull’emisfero occidentale.

(articolo pubblicato su la Repubblica il 16/1/2010)

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