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La puntata di Che tempo che fa che si è appena conclusa ha del miracoloso: passerà alla storia per aver svelato alle masse qual è il tallone di Achille del buon Fazio, l’elettroshock che solo riesce a smuoverlo dall’usuale accomodante ospitalità super partes, l’imprevisto che turba il placido scorrere della sua conduzione. A dire il vero, dopo tre giorni di convegno -o come altro vogliate definirlo- alla Leopolda, il sindaco di Firenze Matteo Renzi non ha innervosito solo Fazio.

Avrete letto tutti le dichiarazioni di Bersani, Vendola&C all’indomani dell’inaugurazione dell’esperimento socio-politico voluto da Renzi: tra battute più o meno sagaci, il messaggio neanche tanto sotterraneo è stato “Finchè giochi a fare il rivoluzionario senza toccare la nostra autorità, fai pure…ma non spingerti più in là”.

Ora: che un Bersani, segretario di un partito che di unitario non ha più nulla, si indispettisca se un giovane iscritto con un bel pò di militanza istituzionale sulle spalle dice e fa cose che implicano un invito ad uscire dall’ immobilismo che qualsiasi osservatore politico rileva da anni, ci può stare – sa tanto di coda di paglia in fiamme, ma tant’è-: che una Rosy Bindi, finora così assennata e ponderata su qualsiasi tema, lo liquidi come un arrogantello che vuole sfidare l’autorità, comincia a starci un pò meno -almeno per il cliché che vorrebbe le donne essere più lungimiranti e capaci di riconoscere il talento-; ma che il conduttore di una trasmissione della rete più di sinistra della Rai, famoso per la trasversalità  con cui sceglie il colore politico degli ospiti, la sua assoluta mancanza di aggressività e la rara capacità di lasciar parlare l’intervistato per più di dieci secondi netti, si lasci andare a gesti di stizza e risatine infastidite quando Renzi afferma di non avere come obiettivo la candidatura alle primarie, ma semplicemente il rinnovamento della proposta politica del suo partito, è francamente l’ultima cosa che mi sarei aspettata di vedere stasera.

Aspettavo questa puntata con curiosità: volevo verificare se Renzi mi avrebbe fatto l’impressione di essere un demaogog furbetto, come pensavo fosse: ma mi sono piacevolmente stupita nel constatare il semplice buon senso mantenuto come filo conduttore di tutte le sue risposte.

Perchè pensare, come ha accusato Fazio con le guanciotte tremanti, che il fatto di riunirsi per un brain storming sul rinnovamento possa essere un danno per la sinistra, nel momento in cui risulta essere in testa ai sondaggi? Non farebbero meglio, Bersani e la Bindi, a cavalcare l’entusiasmo generato da Renzi, indicandolo come esempio delle nuove leve cresciute nel partito? Un genitore di solito è gratificato dai complimenti che il figlio riceve, sono indirette conferme della sua bravura di educatore… Le prese di posizione di Bersani sanno tanto di mani messe avanti per prendere le distanze da qualcosa che non sa come interpretare, controllare, ma che sente distintamente come una minaccia alla sua leadership.

Quale leadership, poi? sempre Fazio mostra una pagina del Corriere in cui vengono enumerate le 17 (diciassette!) correnti di cui è composto il PD: troppe persino per un maestro dell’unificazione fantasiosa come il nostro premier, figuriamoci per Bersani che ancora parla per slogan ‘tu nero, io rosso’.  La disomogeneità della sinistra è un tasto su cui si è spesso battuto per giustificare la sua impossibilità a battere la corazzata PdL: Fazio ha provato a far dire a Renzi che il naturale sbocco della kermesse è la candidatura del giovane sindaco alle primarie…illazione puntualmente rintuzzata. Ma perchè, mi chiedo, un tentativo di riunire la meglio gioventù per ricavare proposte concrete su come far uscire l’Italia dal pantano deve necessariamente concludersi con il tornaconto personale della richiesta di potere per l’organizzatore? Un modo molto cinico di pensare, davvero da dinosauri della politica! Una gaffe di Fazio che la dice lunga su quale sia il retropensiero di ogni impegno di oggi, politico, sociale o intellettuale che sia.

Quello che manca ai volti noti della sinistra di oggi è la mentalità dell’ imprenditore accorto, che si riassume tutta nella frase pronunciata in chiusura da Renzi: un bravo presidente del Consiglio deve essere capace di circondarsi di collaboratori più bravi di lui. E’ esattamente questo il punto: la favola dell’uomo della Provvidenza che da solo solleva un Paese dalla crisi è tramontata insieme all’implosione del progetto del Berlusconi datato 1994. Il modello vincente oggi è quello di un gestore di eccellenze, che sappia riconoscere e valorizzare le professionalità che, insieme, possono dare credibilità e traino al nuovo direttivo: una sorta di CEO che sappia dove vuol vedere andare l’azienda Italia, e che ‘assuma’ per questo le competenze che ritiene più qualificate per andare verso quell’obiettivo.

I dinosauri di cui parlava Renzi non lo sono -non solo- per motivi anagrafici, ma soprattutto per mentalità. Che Bersani , Vendola , la Bindi e tutta l’intellighenzia che ha suggerito a Fazio l’indignazione vadano a scuola da un uomo che non è certo un ventenne, ma che ha capito quello che nessuno di loro ha colto: non ha più senso pensare di dividere destra e sinistra in compartimenti stagni! Ciò che c’è di valido e concreto per uscire dalla crisi deve essere applicato, che provenga dall’una o dall’altra parte: leggete i commenti di Pietro Ichino sull’attualità, c’è di che meditare.

Silvia