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Shanghai, la sera prima del mio ritorno

Alle 3.00 del mattino del 1 gennaio 2010 in ogni parte del Pianeta molti festeggiavano l’arrivo del nuovo anno, alcuni dormivano perché la stanchezza era sopraggiunta e le cene, i balli e i canti conclusi. Sulle montagne di Colzate Io, Ottavio e Roberto parlavamo di finanza, mutui subprime, crisi mondiale, Cina, disoccupazione, paure e speranze. Tre persone diverse con tre vite altrettanto diverse, tutte a loro modo complicate – come le vite di qualsiasi altro –, si arrovellavano per arrivare a conclusioni importanti, lasciandosi poi vincere dal sonno (poco) prima di risvegliarsi di nuovo per ricominciare a viverle, quelle vite.

Dopo Colzate leggere il libro che ho appena finito “Slow Economy – Rinascere con Saggezza” di Federico Rampini, già entrato prepotentemente nel Blog, mi ha fatto ribattere retroattivamente a domande alle quali quella notte non sono riuscito a dare del tutto risposta. O meglio: dentro di me alcune risposte c’erano, ma concitate e sufficientemente confuse da non produrre spiegazioni logiche. Forse era davvero troppo tardi.

Il concetto che avrei voluto esprimere era “che non dovremmo avere paura della crisi e di quanto questa cambierà le nostre abitudini, i nostri riferimenti e in definitiva le nostre vite”. Così come non dovremmo avere paura dell’onda dirompente che è già arrivata dall’ Oriente e che sta travolgendo le nostre aziende. A questa onda ci sforziamo di attribuire solamente aspetti negativi, giustificandoci con spiegazioni che chiamiamo “inesistente tutela dei diritti umani”, “zero rispetto dell’ambiente”, “concorrenza sleale”, “autoritarismo di regime” e via dicendo.  Argomenti sacrosanti, che meritano di essere discussi e analizzati ma che finiscono per portarci troppo lontano da una minima comprensione delle cose.  Probabilmente è troppo costoso per la razza che ha dominato il mondo fino ad oggi ammettere che l’epicentro del pianeta si sposterà a Oriente. Non penso solo a capitali, aziende, manodopera: credo che anche la loro cultura stia arrivando, la loro arte, la loro letteratura, i loro film, la loro lingua. Maggiormente saremo curiosi e costruttivi, più abbandoneremo i preconcetti  che generano lo stato di allerta in cui siamo piombati più forse riusciremo a scorgere anche luci oltre la coltre di smog dei cieli cinesi. Così forse saremo in grado di cavalcare questa onda senza esserne completamente annientati, scoprendo che abbiamo anche molto da imparare da loro.

Changzhou (China), bambini dipingono ai giardini pubblici

Ritornando alla ‘crisi economica penso ai pochi punti cardine rimasti che fortunatamente ancora ci tutelano dalla depressione: la famiglia, gli amici e soprattutto l’amore della persona che alcuni di noi hanno la fortuna di avere trovato. A tutte queste cose possiamo aggrapparci gratuitamente, anche se l’inflazione sale e i salari scendono e anche se il PIL cresce con il segno meno. Ogni altra cosa puà anche cambiare, per quanto mi riguarda. Probabilmente il legame profondo al nostro territorio dovrà allentarsi, perché il lavoro che abbiamo sempre avuto sotto casa (io stesso abito e lavoro a Scanzorosciate!) si sposterà di qualche decina di kilometri, magari di qualche centinaio, in alcuni casi di qualche migliaio. E allora forse è meglio tenersi pronti: insegnare ai nostri figli l’importanza di sapere le lingue, accettare che forse fra 10 anni potremmo anche essere andati a vivere lontani da qui, smetterla di trincerarci dietro a protezionismi ideologici considerando lo “straniero” come invasore e invece iniziare a considerare la diversità come ricchezza, dare la possibilità agli altri di contaminarci positivamente.

Su questi temi probabilmente entrano in gioco forze e pulsioni che dipendono dal nostro essere più profondo, oltre a filtri ideologici, politici. Ma l’elemento che pesa di più è “la paura”. La maggior parte delle persone hanno paura dei cambiamenti. Se un cambiamento arriva però non è mai per caso ma è conseguenza di una catena di eventi che in qualche modo possiamo anticipare, a cui possiamo prepararci. Dopo un cambiamento si instaura un nuovo ordine che ci costringe a crescere.

Per quanto riguarda il libro di Rampini: leggetelo.

Claudio

Prima per studio, poi per lavoro, la Cina da qualche anno è entrata a far parte della mia quotidianità. Il contenuto orientaleggiante e fascinoso dei tomi di Cultura Cinese si è scontrato con la dura realtà della mentalità “business is business” che anche in Cina sembra aver attecchito tra i giovani in carriera.

Quell0 che ho potuto intuire dagli scambi con i miei colleghi cantonesi è certamente una scheggia, paragonato all’esperienza del giornalista e saggista Federico Rampini, corrispondente da Pechino per molti anni. Nel suo libro L’impero di Cindia, Rampini analizza quello che è il trend più importante dell’ultimo decennio, a cui l’Occidente sta guardando con un misto di ammirazione e timore: il boom economico inarrestabile di Cina e India, rappresentativi di un Estremo Oriente che intimorisce l’Occidente industrializzato con la progressione della sua corsa al benessere.

Nel volume La speranza indiana, Rampini si focalizza invece sull’India, bacino di nuove leve talentuose dell’Information Technology e di altri campi scientifici.

Qualche considerazione dopo la lettura di questo saggio molto puntuale e documentato.

I punti di forza dell’India si possono essenzialmente riassumere nei seguenti: giovani ed eccellenza.

Con l’attuale boom demografico, la nazione che ospita un sesto degli abitanti della Terra ha attaualmente il 70% di popolazione under 4o. Quest’età media tesa verso il basso significa maggior forza lavoro, e soprattutto forza lavoro moderna, aperta alle nuove tecnologie e all’internazionalizzazione. La dominazione colonialista ha lasciato all’India un’importantissima eredità, l’anglofonia; padroneggiando perfettamente la lingua degli ex dominatori, che è anche la lingua delle nuove tecnologie, i giovani studenti indiani hanno una marcia in più rispetto ai loro linguisticamente traballanti coetanei europei. L’ inglese è infatti il minimo sindacale richiesto agli studenti per seguire i corsi delle prestigiose facoltà scientifiche sparse nel Paese.

Veniamo dunque al secondo punto, l’eccellenza. Solo per fare un esempio, gli studenti scartati alle selezioni per l’Indian Institute of Science di Bangalore, la Silicon Valley indiana, ripiegano su Harvard…questo per far capire l’altissimo livello degli studenti ammessi e della ricerca effettuata in queste università, spesso sovvenzionate dai grandi gruppi industriali indiani come Tata e Infosys.

Il paragone con l’Italia viene spontaneo: siamo i fanalini di coda dell’UE per quanto riguarda la conoscenza di lingue straniere. I nostri cervelli migliori faticano spesso ad affermarsi all’estero proprio per questo deficit insito nel nostro sistema scolastico; anche quando si parla dei migliori campi di ricerca, la competenza linguistica necessaria per affrontarli a livello internazionale resta alla bravura del singolo. Questo ci pone in una posizione molto sfavorevole rispetto agli altri Paesi europei e non, imponendoci un ruolo di secondo piano. Inoltre, la connessione delle Università con il mondo del lavoro è quanto di più lontano ci sia dalla realtà; se in India le società finanziano la ricerca sicuri di avere come tornaconto soluzioni tecnologiche sempre più innovative e un potenziale di risorse umane di altissimo livello da assumere, da noi un neolaureato deve affrontare una ricerca di lavoro per cui deve ritenersi fortunato se riesce a trovare un posto da “interinale”.

Non voglio fare l’apologia dell’India, un Paese ricco di contraddizioni e con problemi certamente enormi; ma credo valga la pena esercitarsi nell’arte di cui gli indiani sono maestri: osservare ciò che di positivo c’è negli altri Paesi e farlo proprio, cercando di adattarlo alla propria situazione.

Silvia