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Il 27 agosto 1979 a Tempio Pausania (Sardegna) Fabrizio De Andrè e sua moglie Dori Ghezzi vengono rapiti: sarà l’estate più dura di tutta la loro vita. Per diversi giorni vengono manenuti incappucciati e solo in seguito verranno legati ad un albero a volto scoperto. Unico riparo un telone di plastica.
Verranno ritrovati il 22 dicembre dello stesso anno, visibilmente deperiti e con indosso gli stessi abiti che portavano il giorno del rapimento.
La prima dichiarazione di Dori Ghezzi dopo il rilascio riferendosi ai suoi carcerieri è stata questa:
“Avevano un gran rispetto, mi hanno chiamata ‘signora’ dall’inizio alla fine.”
I sequestratori in seguito sono stati catturati dalle forze di polizia, ma i coniugi De Andrè non si sono nemmeno costituiti parte civile contro di loro. Ancora Dori Ghezzi: ” Praticamente eravamo indispensabili gli uni agli altri, avere noi significava mangiare perchè probabilmente erano dei latitanti”.
De Andrè e la moglie dimostravano in questo frangente tutta la loro sincera umanità. In seguito, in un concerto del ’98 Fabrizio veniva criticato duramente dalla stampa nazionale per una dichiarazione in cui sosteneva che mafia, camorra e ‘ndrangheta erano per molte persone l’unico canale di sostentamento. Ovviamente la dichiarazione veniva strumentalizzata con il solito coro di politici e giornalisti indignati. E ciechi perchè De Andrè -per me era chiaro- voleva spiegare il significato di una cosa chiamata “Pietà“.

La stessa “Pietà” di cui si parla nel “Testamento di Tito” in cui si racconta il calvario dei due ladroni Tito e Dimaco, crocifissi al fianco di Gesù, che soffrivano proprio con la stessa intensità del Nazareno e avevano la stessa dignità. Anche se avevano rubato e bestemmiato. I riferimenti alla pietà nella discografia sterminata del cantautore genovese sono davvero tanti: penso alla “Guerra di Piero” in cui il nemico che lo fredda con un colpo di fucile “ha il suo stesso identico umore ma la divisa di un altro colore”.
Oppure in “Princesa“, racconto di un ragazzo povero scopertosi dall’infanzia donna in corpo di uomo, che patisce le pene dell’inferno per scegliersi la vita che gli appartiene, quella del transessuale:

“lascio l’infanzia contadina
corro all’incanto dei desideri
vado a correggere la fortuna
nella cucina della pensione
mescolo i sogni con gli ormoni
ad albeggiare sarà magìa
saranno seni miracolosi
perché Fernanda è proprio una figlia
come una figlia vuol far l’amore
ma Fernandino resiste e vomita
e si contorce dal dolore
e allora il bisturi per seni e fianchi
in una vertigine di anestesia
finché il mio corpo mi rassomigli
sul lungomare di Bahia”

Vorrei concludere questa riflessione con una canzone che Fabrizio scrisse pochi mesi dopo la conclusione dell’esperienza del rapimento. Si chiama Hotel Supramonte ed è il nome che lui stesso ha dato al giaciglio di rami e fogli che è stata la sua casa durante le durissime settimane del sequestro. Dalla canzone traspare dolcezza: mai rancore, mai desiderio di vendetta.

Pietà  per me è ricercare la comprensione incondizionata, sospendendo il giudizio: non proprio facile, ma in fondo abbiamo tutta la vita per allenarci.
Claudio