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In queste ore di trepidazione per la situazione finanziaria, mentre le agenzie stampa rimbalzano continui allarmi sul rischio default della Grecia e dell’Italia, è opportuno chiedersi se il normale scorrere della nostra quotidianità (più o meno problematica) sia seriamente minacciato o meno. Ho appena visto il TG1 delle 20.00 che mi ha confermato la strana e surreale sensazione di incoscienza generalizzata che sta avvolgendo il nostro Paese da settimane ormai.

Leggo sul web che i telegiornali esteri sono molto più allarmanti (e allarmati) dei nostri. A nessuno piace essere in ansia, le preoccupazioni occupano la maggior parte del tempo delle persone comuni e allora meglio evitare di aggiungere altre fonti di stress alla nostra vita. Meglio essere informati sul fatto che a Cervinia la nuova funivia sembra essere un successone e che Venezia, grazie al bel tempo, oggi era gremita di turisti (sempre citando il Tg1).

La verità può essere un boccone difficile da digerire, eppure è solo con la brutalità della chiarezza che le speranze di ridurre il nostro astigmatismo nei confronti della realtà aumentano. Quindi aumenta la nostra capacità di reazione. Usciamo dalla narcosi e prendiamo contatto con i problemi; proviamo a risolverli.  Qualcuno si è chiesto cosa potrebbe cambiare nella propria vita se superassimo quella linea rossa chiamata black-out, default, insolvenza, bancarotta… o come diavolo vogliamo chiamarla ?!

Giuliano Ferrara dal suo programmino dopo il Tg1 invita a stare calmi, perchè la Francia e la Germania sono messe altrettanto male… non è l’apocalisse o la catastrofe perchè questa crisi non nasce dal debito Italiano, ma dall’EuropaDobbiamo semplicemente fare le grandi riforme… dobbiamo rendere più flessibile il sistema… faremo, ci impegneremo…. per cortesia fermatelo, spiegategli che sta vaneggiando, sta facendo contro-informazione ! La gente deve essere informata, non presa in giro.

Sono giorni di ordinaria follìa:  forse fra qualche decina d’anni ce ne ricorderemo. Per il momento una delle buone cose da fare è cominciare a rimettere in discussione ciò che crediamo ci spetti di diritto, perchè è realistico aspettarsi una revisione del nostro stile di vita e di consumo. Lecito  è sperare che i propri risparmi non vengano polverizzati, augurarsi di non perdere il lavoro. Credo sia un dovere di ciascuno fare un passo indietro rispetto ai grandi e piccoli privilegi individuali ed interiorizzare il concetto che si devono cambiare le regole del gioco se non si vuole uscire con le ossa rotte.

E allora sindacati: fate un passo indietro. Dipendenti pubblici e privati: fate un passo indietro. Politici senza coraggio e senza onestà: fate un passo indietro. Lobby e associazioni di qualsiasi genere : fate un passo indietro.

Le immagini del 1929 a NewYork sono sulle enciclopedie: controllare non guasta.

Buono stress, Claudio.

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Oggi abbiamo pranzato in compagnia di Davide in un bellissimo ristorante di Ambivere, in provincia di Bergamo. Complice il posto incantevole, la cucina deliziosa e un po’ di vino bianco, abbiamo parlato lungamente di arte, di musica, della nostra vita e di italianità. La discussione si è fatta via via più intensa ed è stato difficile non entrare nel “presente”. Mi riferisco allo scenario che tutti noi ogni giorno viviamo attraverso il filtro dei quotidiani e dei telegiornali: lo spettacolo raccapricciante della politica di oggi; i personaggi grotteschi che popolano i Palazzi; gli usi e i costumi di un degrado divenuto ormai inaccettabile, che intacca le vite di tutte le persone normali (la maggior parte di noi); lo smarrimento di qualsiasi valore morale; lo scollamento totale dalla quotidianità di ciascuno di noi. Davvero tutto quello che vediamo attraverso lo schermo del televisore ci rappresenta come popolo ? Credo di no! Lungi da me la volontà di trascinare su questo spazio pensieri di tipo politico, anche perchè sarei in imbarazzo e in forte confusione nel dover discernere fra il “giusto e lo sbagliato”. Da anni ormai mi sono sterilizzato politicamente: questo non è sintomo di assenza di valori, volgare qualunquismo, ma rappresenta per me l’unica reazione possibile alla spazzatura mediatica di cui percepisco il fetore ogni santo giorno. La domanda che mi pongo adesso è questa: quanto questa classe politica ci rappresenta ? Tutti, nessuno escluso, i pagliacci che popolano i salotti dei dibattiti hanno una qualche attinenza col mondo reale ? E’ davvero deragliata senza speranza la locomotiva  di valori profondi che ci hanno insegnato i nostri padri, i nostri nonni, chi ha vissuto la guerra, la fame, la miseria ? Non riesco a crederci ! La verità è che passeggio per strada e vedo gente normale, con problemi normali, che si pone verso gli altri in modo normale, che parla normalmente. Casomai siamo più nevrotici, fragili, stanchi mentalmente. Mi sembra semplicistico sostenere il teorema per cui  “ogni popolo ha la classe politica che si merita“. E’ un’affermazione che non corrisponde a quello che vedo per strada, al lavoro, nella mia normale vita di tutti i giorni.

Sono tempi difficili. Ogni certezza sembra essere messa in discussione da bordate di notizie negative la cui origine però è lontanissima dalla normalità di ogni giorno ma le cui conseguenze minacciano seriamente ciò che ci dà sostentamento. Il lavoro, la famiglia, la convivenza civile sembrano sospese a un filo sottile. Siamo collegati a problemi creati da istituzioni e potentati come la Banca Centrale Europea, il Fondo Monetario Internazionale; seguiamo col fiato sospeso le notizie che parlano dell’ennesimo taglio del rating da parte di agenzie come Moody’s o Standard & Poors, manco fossimo diventati tutti economisti; assistiamo impotenti alle notizie dell’ennesimo tonfo delle borse; ci arrendiamo all’idea che “sì in fondo se il presidente del consiglio va a puttane invece di fare il suo lavoro è un suo problema privato e non di interesse generale“; rinunciamo a credere che la determinazione, l’onestà e la disponibilità al sacrificio di ciascuno di noi – sommate – siano uno tsunami che travolgerebbe ogni incertezza sul nostro presente e sul futuro.

Questa montagna di immondizie non ci rappresenta, non l’abbiamo scelta e voluta noi: la maggior parte della gente viene da storie di sopravvivenza quotidiana. I miei amici sono bravi ragazzi, la mia famiglia è composta da brave persone, dove lavoro chi gestisce l’azienda lo fa con rispetto e grande senso di responsabilità nei confronti dei dipendenti, dei clienti, dei fornitori, dell’ambiente. Il meccanismo dell’autoconvincimento per cui “abbiamo la classe dirigente che ci meritiamo” si inceppa più nella nostra mente che nei fatti di ogni giorno: siamo meglio di quello che vorrebbero farci credere, ci meritiamo di meglio di quello che leggiamo sui giornali.

La nostra storia è racchiusa negli spessi occhiali di Pertini che applaude la vittoria dell’Italia ai mondiali di calcio dell’  ’82, nell’espressione di Vittorio Gasmann che manda al diavolo l’ufficiale tedesco nella Grande Guerra.

Il nostro futuro è negli occhi di Anna Magnani nella scena di Roma Città Aperta in cui corre coraggiosamente verso il camion che si sta portando via il marito prima che la raffica del mitra le tolga la vita.

Shanghai, la sera prima del mio ritorno

Alle 3.00 del mattino del 1 gennaio 2010 in ogni parte del Pianeta molti festeggiavano l’arrivo del nuovo anno, alcuni dormivano perché la stanchezza era sopraggiunta e le cene, i balli e i canti conclusi. Sulle montagne di Colzate Io, Ottavio e Roberto parlavamo di finanza, mutui subprime, crisi mondiale, Cina, disoccupazione, paure e speranze. Tre persone diverse con tre vite altrettanto diverse, tutte a loro modo complicate – come le vite di qualsiasi altro –, si arrovellavano per arrivare a conclusioni importanti, lasciandosi poi vincere dal sonno (poco) prima di risvegliarsi di nuovo per ricominciare a viverle, quelle vite.

Dopo Colzate leggere il libro che ho appena finito “Slow Economy – Rinascere con Saggezza” di Federico Rampini, già entrato prepotentemente nel Blog, mi ha fatto ribattere retroattivamente a domande alle quali quella notte non sono riuscito a dare del tutto risposta. O meglio: dentro di me alcune risposte c’erano, ma concitate e sufficientemente confuse da non produrre spiegazioni logiche. Forse era davvero troppo tardi.

Il concetto che avrei voluto esprimere era “che non dovremmo avere paura della crisi e di quanto questa cambierà le nostre abitudini, i nostri riferimenti e in definitiva le nostre vite”. Così come non dovremmo avere paura dell’onda dirompente che è già arrivata dall’ Oriente e che sta travolgendo le nostre aziende. A questa onda ci sforziamo di attribuire solamente aspetti negativi, giustificandoci con spiegazioni che chiamiamo “inesistente tutela dei diritti umani”, “zero rispetto dell’ambiente”, “concorrenza sleale”, “autoritarismo di regime” e via dicendo.  Argomenti sacrosanti, che meritano di essere discussi e analizzati ma che finiscono per portarci troppo lontano da una minima comprensione delle cose.  Probabilmente è troppo costoso per la razza che ha dominato il mondo fino ad oggi ammettere che l’epicentro del pianeta si sposterà a Oriente. Non penso solo a capitali, aziende, manodopera: credo che anche la loro cultura stia arrivando, la loro arte, la loro letteratura, i loro film, la loro lingua. Maggiormente saremo curiosi e costruttivi, più abbandoneremo i preconcetti  che generano lo stato di allerta in cui siamo piombati più forse riusciremo a scorgere anche luci oltre la coltre di smog dei cieli cinesi. Così forse saremo in grado di cavalcare questa onda senza esserne completamente annientati, scoprendo che abbiamo anche molto da imparare da loro.

Changzhou (China), bambini dipingono ai giardini pubblici

Ritornando alla ‘crisi economica penso ai pochi punti cardine rimasti che fortunatamente ancora ci tutelano dalla depressione: la famiglia, gli amici e soprattutto l’amore della persona che alcuni di noi hanno la fortuna di avere trovato. A tutte queste cose possiamo aggrapparci gratuitamente, anche se l’inflazione sale e i salari scendono e anche se il PIL cresce con il segno meno. Ogni altra cosa puà anche cambiare, per quanto mi riguarda. Probabilmente il legame profondo al nostro territorio dovrà allentarsi, perché il lavoro che abbiamo sempre avuto sotto casa (io stesso abito e lavoro a Scanzorosciate!) si sposterà di qualche decina di kilometri, magari di qualche centinaio, in alcuni casi di qualche migliaio. E allora forse è meglio tenersi pronti: insegnare ai nostri figli l’importanza di sapere le lingue, accettare che forse fra 10 anni potremmo anche essere andati a vivere lontani da qui, smetterla di trincerarci dietro a protezionismi ideologici considerando lo “straniero” come invasore e invece iniziare a considerare la diversità come ricchezza, dare la possibilità agli altri di contaminarci positivamente.

Su questi temi probabilmente entrano in gioco forze e pulsioni che dipendono dal nostro essere più profondo, oltre a filtri ideologici, politici. Ma l’elemento che pesa di più è “la paura”. La maggior parte delle persone hanno paura dei cambiamenti. Se un cambiamento arriva però non è mai per caso ma è conseguenza di una catena di eventi che in qualche modo possiamo anticipare, a cui possiamo prepararci. Dopo un cambiamento si instaura un nuovo ordine che ci costringe a crescere.

Per quanto riguarda il libro di Rampini: leggetelo.

Claudio