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C’è una pluralità di ovvi motivi per i quali vale la pena visitare Parigi, ce ne sono altrettanti che richiamano il viaggiatore a tornare una seconda volta.  Dal terzo ritorno in poi siamo nell’ambito della dipendenza da Ville Lumière. Non conosco nessuno che sia stato a Parigi e al suo ritorno abbia speso parole negative su questa città. Diversamente da città come Berlino, che dividono, la capitale Francese solitamente unisce tutti. Chi non ci è stato ci deve andare, che ci è già stato non si perda l’occasione di rivederla: sarà molto meglio della prima volta.

Le città caleidoscopiche come Parigi sprigionano energia vitale in ogni angolo, crescono, cambiano, vivono perchè sono sintonizzate ai tempi moderni ma non si dimenticano il passato. C’è talmente tanto da vedere a Parigi e così poco tempo da dedicare ai viaggi – almeno per i comuni mortali come il sottoscritto – che si finisce per variare le destinazioni, vedere tutto a ‘pizzichi e smozzichi’, immagazzinare centinaia di luoghi senza lasciare che questi ci entrino dentro per cambiarci ed infine tornare a casa spaesati, senza una vera e propria sensazione del retrogusto che ogni luogo lascia dietro di sè. E’ la stessa sensazione che talvolta ho provato quest’estate durante il mio lungo viaggio in moto per l’Europa con Silvia: tappe di uno o due giorni, posti meravigliosi visti di fretta, sempre con la testa alla prossima destinazione, appena in tempo per farsi un’idea abbozzata. Ciascun luogo riserva il meglio solamente a chi ha tempo a disposizione. Spostarsi è solo un’altra dimensione del viaggio – che io amo – e che si collega alla filosofia del “partire per partire” (riecheggia ancora Kerouac). Ci si rigenera non tanto grazie a  dove ci si trova, ma vagabondando. Il nomadismo appartiene a tutti i motociclisti: a volte però devo poter focalizzare meglio dove sono capitato e se sono fortunato e riesco a ritornare in un luogo meraviglioso come Parigi non posso che beneficiarne. Una delle nostre tappe era Parigi, seconda volta per me e tre bellissimi giorni per tornare sui luoghi che avevo visto di corsa nel 2006.

Uno dei luoghi che consiglio a tutti quelli che stanno ritornando a Parigi è il bellissimo Museo Marmottan Monet, nel sedicesimo arrondissement. 

Passeggiate fra le stanze silenziose della Villa Marmottan alla ricerca degli impressionisti o semplicemente per osservare le pareti, i soffitti, il prezioso arredamento e il bel giardino esterno. Vi sentirete invitati a bere il thè a casa di un vecchio e ricco zio che non vedete da una vita. Sarete sufficientemente sazi e soddisfatti alla fine del percorso senza accorgervi che basta scendere le scale verso il piano interrato per entrare in un’altra dimensione. Qui è custodito un tesoro inestimabile: una galleria di opere di Monet che polverizzano lo spazio-tempo con i colori e il tocco quasi psichedelico presente sulle tele. Il mio approccio all’arte è infantile, quasi intimorito e per niente accademico: sono un ignorante e un romantico, seguo l’isitinto, raramente leggo le biografie degli artisti, mi annoiano le spiegazioni storiche. Preferisco abbandonarmi alle immagini e alle sensazioni: in luoghi come il Marmottan Monet questo accade naturalmente.

Vi ho incuriosito ?

http://www.marmottan.com/

 Da Wikipedia: Il museo espone opere di: Eugène Boudin, Gustave Caillebotte, Edgar Degas, Paul Gauguin, Edouard Manet, Claude Monet, Berthe Morisot, Camille Pissarro, Pierre-Auguste Renoir, Alfred Sisley, ecc. Il museo è famoso per il fatto che ospita la più grande raccolta di opere di Claude Monet al mondo, per la maggior parte date al museo dall’erede del pittore, Michel Monet .

A Berlino da qualche anno si aggira un nuovo moderno Guru della comunicazione: si chiama Jan Vormann. Questo ragazzotto tedesco, classe 1983, ha deciso di affrontare a modo suo i vuoti irregolari dell’esistenza. La ricetta è di una semplicità disarmante ma ha qualcosa di maledettamente geniale: riempire i buchi e le crepe di vecchie facciate ed edifici con mattoncini Lego colorati. Jan riempie questi vuoti con questi mattoncini multicolore, creando piccoli episodi di singolare armonia.
Il fatto è che durante queste installazioni capita spesso che la gente incuriosita si metta a dare una mano. Risultato: sparuti gruppi di fedelissimi si aggirano per le grandi capitali europee emulando il Guru e creando inaspettatamente squarci di colore in mezzo al cemento.
Vormann ha iniziato a Berlino, lavorando sulle facciate della Humboldt University e decidendo di chiudere i fori dei proiettili lasciati dalla Seconda Guerra Mondiale. L’avventura è continuata a San Pietroburgo, Belgrado, Tel Aviv, Amsterdam.. arrivando anche in Italia a Bocchignano, piccolo comune vicino Roma.
Ci siamo chiesti il perchè di queste installazioni proprio con i mattoncini Lego ed ecco trovata la risposta dell’autore :

L’idea calza perfettamente con i nostri tempi. Primo: si tratta di un gioco contemporaneo con cui i bambini si divertono. Secondo: l’architettura ai giorni d’oggi permette crossover come questi . Il design contemporaneo ha aperto alla possibilità di capire la vita in un modo positivo e colorato. I mattoncini Lego portano con sè un valore di nostalgia che supera differenti generazioni in tutto il mondo. La combinazione dei mattoni e dei Lego crea ogni tipo di contrasto che, ai miei occhi, illumina la relazione fra estetica e funzionalità. Senza dubbio il progetto punta a moltiplicare le percezioni della realtà e poi… è semplicemente figo!

Non mi stupisce che esempi di autentica pazzia creativa come questa trovino terreno fertile in un città come la Berlino di oggi, più che mai orientata ad inseguire il futuro. Meglio se in maniera sostenibile.

un saluto a tutti,
Claudio

Per info: www.janvormann.com  

Vi  invito a leggervi l’intervista: http://www.halogenlife.com/articles/2529-interview-with-artist-jan-vormann-rebuilding-the-world-one-lego-at-a-time

I Milanesi fanno la spola nel fine settimana: tornano da Castione della Presolana o da Clusone e noi disgraziati indigeni incolonnati la domenica sera diventiamo intolleranti perchè davanti alla nostra auto c’è una sfilza di targhe MI.  Ma adesso c’è un motivo in più per essere orgogliosi di essere Orobici, anzi meglio: Val Serianesi.  Il Milanese in trasferta, che segue il profumo dalla polenta taragna, avrà finalmente ciò che mai si sarebbe aspettato: adesso c’è ALT!

Un immenso edificio industriale recuperato e trasformato in un museo di arte contemporanea,  proprio all’imbocco della Val Seriana, ad Alzano Lombardo: non è uno scherzo. Sappiano i cugini di Milano che siamo stanchi di essere dipinti come rozzi e ignoranti, lavoratori con le spalle larghe e le vedute ristrette. La nostra Triennale adesso ce l’abbiamo qui sotto i monti.

Proprio oggi, in compagnia di mio fratello Roberto, mi sono avventurato nelle immense sale di ALT rimanendone davvero molto colpito. Premetto che la mia cultura artistica non permette considerazioni critiche minimamente adeguate, eppure di musei ne ho visti un bel po’. Il Louvre, la Gare d’Orsay, il Pompidou a Parigi oppure il Pergamon e l’Altes a Berlino, il Rijksmuseum e il Van Gogh a Amsterdam …sempre a testa bassa, libero dalla responsabilità di dover capire ciò che vedevo ma con la piena disponibilità ad emozionarmi. E oggi, perbacco, mi sono emozionato nello scoprire la cura e l’amore che questo progetto porta con sè.

Il futuro, la continuità e la vitalità del progetto è nelle mani di chi l’ha fatto nascere: in tempi di crisi non è permesso davvero più né alle aziende né ai privati, benche magnati, di scialacquare denari. E allora entra in gioco l’amore per l’arte e appunto, per il lavoro e il territorio.  Quindi, Illustrissimmi Radici, credeteci a andate avanti: organizzate eventi e mostre, non accontentatevi del mausoleo artistico ma investite ancora e raccoglierete.

Per i curiosi che vogliano farci un salto: l’ingresso è gratuito. 

Ho fatto qualche scatto, buona visione. Claudio

 
 

 

ALT è l’acronimo di Arte, Lavoro, Territorio e si propone come una dichiarazione d’intenti e un invito a sostare, insieme, negli spazi del nuovo polo italiano dell’arte contemporanea per riflettere sull’arte e guardare al futuro.
Cos’é? Un incubatore e un display delle energie eccellenti della creatività locale, un’apertura alle ricerche artistiche internazionali, ma soprattutto uno strumento per sperimentare l’arte contemporanea come mezzo per capire e interpretare meglio il momento in cui stiamo vivendo.
Voluto da Elena Matous Radici e da Tullio Leggeri in memoria di Fausto Radici, ALT ha sede nello spazio dedicato al campione, imprenditore e collezionista scomparso, ad Alzano Lombardo, presso Bergamo.

www.altartecontemporanea.it