Archivio per la categoria ‘Persone’

Non è da conformisti rimanere scioccati, quasi traumatizzati, quando un ragazzo se ne va dopo un incidente tanto assurdo quanto tragicamente probabile se per lavoro fai il pilota di moto.

Inutile spiegare ai non appassionati i motivi che, comunque, ti portano a considerare la tua moto un mezzo privilegiato, una compagna di viaggi e di avventure, un modo di vivere: non capirebbero. Altrettanto inutile cercare di spiegare ai non praticanti cosa prova un motociclista quando vede morire un altro motociclista. E’ una sensazione che ti permea profondamente, perchè sai che ogni santa volta potrebbe capitare a te.

Eppure, nonostante tutto, continui a macinare kilometri e a prenderti dei rischi semplicemente perchè “fa parte della tua natura”. Continuare ‘essere biker’ può essere un cruccio, uno sfogo, un modo di distinguerti, una via privilegiata di essere a contatto con l’ambiente esterno. Andare in moto è la sensazione più vicina al volo: l’aria e la pioggia arrivano diretti, i profumi e i rumori riguardano solo te. Non si può comunicare in moto: sotto la visiera è difficile bloccare il flusso dei pensieri se si percorre una strada dell’Andalusia con immense distese di girasoli e decine di kilometri di niente assoluto.
Ho perso un amico a causa di un incidente in moto: si chiamava Marcello, aveva 20 anni quando non è più tornato da un giro della domenica. Io ne avevo 17 ed avevo un’Aprilia 125 mentre lui aveva da poco preso una Honda Cbr 600. Era un ragazzo solare, educato, limpido ed aveva la chioma alla Marco Simoncelli. Conosco i suoi fratelli e i suoi genitori, ho toccato il suo casco sfaldato, abbracciato sua madre in lacrime, spesso mi fermo a trovarlo al cimitero. Dopo il suo incidente mi sono spaventato e per alcuni anni ho smesso di andare in moto. Circa dieci anni dopo ho ricominciato ad appassionarmi: da circa 7 anni sono sono tornato in sella.
Sono stato in giro per l’Europa da Barcellona a Gibilterra a Parigi, a Francoforte.. Sotto un acquazzone ho imprecato contro l’universo, al freddo vento del Lago d’Idro nel mese di marzo ho maledetto il mondo, vicino al Culmine di San Pietro dopo l’ennesimo tornante ho rischiato di finire con la moto di traverso per un po’ di brecciolino sull’asfalto. Niente di questo mi ha fatto seriamente mettere in discussione la mia passione.

Poi una domenica pomeriggio accendi la tv e vedi queste immagini, questo bravo ragazzo con la faccia pulita che potrebbe essere il tuo fratello minore e pensi se ne vale la pena o se, forse, questo giocattolo non abbia un “canone” troppo alto da pagare. Ci pensi e ripensi.

Ciao Marco: davvero mi dispiace moltissimo, ci mancherai.

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Oggi finisce l’era del Raìs Muhammar Gheddafi, circolano immagini truci e inguardabili, a prescindere dal fatto che si parli di un assassino oppure un simpatico cialtrone come lo definisce in un’articolo di cattivissimo gusto macabro-glamour Antonio Ferrari sul Corriere della Sera.  Non spetta al sottoscritto descrivere la mirabolante e sconclusionata vita del soggetto in questione, né soffermarsi sui dettagli di un epilogo annunciato da tempo. Mi interessa molto di zoomare su queste macabre immagini che circolano sui network dell’informazione mondiale come fossero coriandoli e stelle filanti: non mi riesce di festeggiare.

Le foto e i filmati di quell’ uomo braccato e ucciso, così come quelle che erano circolate subito dopo la cattura di Saddam Hussein, non mi mettono di buon umore, anzi : umanizzano quello che è disumano. I più feroci criminali, di fronte alla morte imminente, diventano nudi vermicelli al cospetto dell’Onnipotente e per questo mi generano un senso di compassione. E’ più forte di me: chi mi conosce mi rimprovera che devo sempre cercare una ragione o una giustificazione a tutto, anche quando non ne esistono proprio. Spesso mi chiedo cosa ci fosse nella testa delle persone che hanno generato consapevolmente sterminate file di morti innocenti: Ceaucescu, Pol Pot, Hitler, Stalin, Saddam, Bin Laden, Papa Doc Duvalier, Milosevic…  l’elenco è tragicamente lungo.

Anche loro persone, nonostante tutto. Anche loro vermicelli nudi. Non riesco proprio a rallegrarmi della morte di un essere umano.

Oggi abbiamo pranzato in compagnia di Davide in un bellissimo ristorante di Ambivere, in provincia di Bergamo. Complice il posto incantevole, la cucina deliziosa e un po’ di vino bianco, abbiamo parlato lungamente di arte, di musica, della nostra vita e di italianità. La discussione si è fatta via via più intensa ed è stato difficile non entrare nel “presente”. Mi riferisco allo scenario che tutti noi ogni giorno viviamo attraverso il filtro dei quotidiani e dei telegiornali: lo spettacolo raccapricciante della politica di oggi; i personaggi grotteschi che popolano i Palazzi; gli usi e i costumi di un degrado divenuto ormai inaccettabile, che intacca le vite di tutte le persone normali (la maggior parte di noi); lo smarrimento di qualsiasi valore morale; lo scollamento totale dalla quotidianità di ciascuno di noi. Davvero tutto quello che vediamo attraverso lo schermo del televisore ci rappresenta come popolo ? Credo di no! Lungi da me la volontà di trascinare su questo spazio pensieri di tipo politico, anche perchè sarei in imbarazzo e in forte confusione nel dover discernere fra il “giusto e lo sbagliato”. Da anni ormai mi sono sterilizzato politicamente: questo non è sintomo di assenza di valori, volgare qualunquismo, ma rappresenta per me l’unica reazione possibile alla spazzatura mediatica di cui percepisco il fetore ogni santo giorno. La domanda che mi pongo adesso è questa: quanto questa classe politica ci rappresenta ? Tutti, nessuno escluso, i pagliacci che popolano i salotti dei dibattiti hanno una qualche attinenza col mondo reale ? E’ davvero deragliata senza speranza la locomotiva  di valori profondi che ci hanno insegnato i nostri padri, i nostri nonni, chi ha vissuto la guerra, la fame, la miseria ? Non riesco a crederci ! La verità è che passeggio per strada e vedo gente normale, con problemi normali, che si pone verso gli altri in modo normale, che parla normalmente. Casomai siamo più nevrotici, fragili, stanchi mentalmente. Mi sembra semplicistico sostenere il teorema per cui  “ogni popolo ha la classe politica che si merita“. E’ un’affermazione che non corrisponde a quello che vedo per strada, al lavoro, nella mia normale vita di tutti i giorni.

Sono tempi difficili. Ogni certezza sembra essere messa in discussione da bordate di notizie negative la cui origine però è lontanissima dalla normalità di ogni giorno ma le cui conseguenze minacciano seriamente ciò che ci dà sostentamento. Il lavoro, la famiglia, la convivenza civile sembrano sospese a un filo sottile. Siamo collegati a problemi creati da istituzioni e potentati come la Banca Centrale Europea, il Fondo Monetario Internazionale; seguiamo col fiato sospeso le notizie che parlano dell’ennesimo taglio del rating da parte di agenzie come Moody’s o Standard & Poors, manco fossimo diventati tutti economisti; assistiamo impotenti alle notizie dell’ennesimo tonfo delle borse; ci arrendiamo all’idea che “sì in fondo se il presidente del consiglio va a puttane invece di fare il suo lavoro è un suo problema privato e non di interesse generale“; rinunciamo a credere che la determinazione, l’onestà e la disponibilità al sacrificio di ciascuno di noi – sommate – siano uno tsunami che travolgerebbe ogni incertezza sul nostro presente e sul futuro.

Questa montagna di immondizie non ci rappresenta, non l’abbiamo scelta e voluta noi: la maggior parte della gente viene da storie di sopravvivenza quotidiana. I miei amici sono bravi ragazzi, la mia famiglia è composta da brave persone, dove lavoro chi gestisce l’azienda lo fa con rispetto e grande senso di responsabilità nei confronti dei dipendenti, dei clienti, dei fornitori, dell’ambiente. Il meccanismo dell’autoconvincimento per cui “abbiamo la classe dirigente che ci meritiamo” si inceppa più nella nostra mente che nei fatti di ogni giorno: siamo meglio di quello che vorrebbero farci credere, ci meritiamo di meglio di quello che leggiamo sui giornali.

La nostra storia è racchiusa negli spessi occhiali di Pertini che applaude la vittoria dell’Italia ai mondiali di calcio dell’  ’82, nell’espressione di Vittorio Gasmann che manda al diavolo l’ufficiale tedesco nella Grande Guerra.

Il nostro futuro è negli occhi di Anna Magnani nella scena di Roma Città Aperta in cui corre coraggiosamente verso il camion che si sta portando via il marito prima che la raffica del mitra le tolga la vita.


Ho parlato lungamente con il mio amico Davide e con mia moglie Silvia del perchè la perdita di Steve Jobs, il pioniere cofondatore della Apple, abbia lasciato letteralmente il mondo senza fiato.
Se n’è andato uno in gamba, non c’è dubbio.
Se n’è andato prima di tutto un maestro della comunicazione, uno col dolcevita nero e le scarpe da tennis che si presentava a un manipolo di giornalisti e senza tanti preamboli si toglieva dalle tasche oggetti che il giorno dopo diventavano parte della vita di ogni giorno. Oggetti comunque conosciuti da tutti, acquistati da moltissimi, imitati dai concorrenti. Oggetti apparentemente minimalisti, con pochi o nessun pulsante ma che dentro nascondono colori, suoni, libri, riviste, pensieri.
Il dono di Steve Jobs non è quello di avere inventato “il telefono moderno”, “il computer moderno”, “la tavoletta dei sogni”.. Steve Jobs è soprattutto un cervellone atipico, uno che ha utilizzato gli algoritmi dell’informatica rendendoli accessibili anche alla vecchietta sotto casa.

Steve Jobs è stato anche un grandissimo imprenditore. Ha portato la sua azienda al vertice salvaguardando la redditività dei suoi prodotti, che sono carissimi ma continuano ad essere considerati i migliori. Comunque spendere il 40 o 50 % in più per comprare Apple è considerato tollerabile. Questo significa che chi compra Apple prima di tutto si fida. Di chi ? Di lui soprattutto. Jobs sottoponeva i suoi collaboratori a ritmi massacranti, pretendeva il massimo. Era attento ai dettagli in maniera maniacale. Credeva nei giovani “affamati e pazzi”, come lui. Gli stessi ragazzi che oggi lo piangono – alcuni forse esageratamente – lo ricordano come una guida, un grandissimo motivatore, uno che aveva un surplus di intelligenza e moltissima urgenza di trasferirla agli altri, soprattutto alle nuove generazioni.
Quindi, sì, penso sia giusto tributare a quest’uomo il rispetto che si merita.
Solo con l’impegno e con il cuore si raggiungono gli obiettivi, qualsiasi essi siano: l’importante è identificarli e trasformarli in azione. Il tempo a nostra disposizione non è infinito, prima o poi il vecchio cede il passo al nuovo.

Buona serata !

Il mio viaggio alla scoperta del Blues è iniziato da poco, credevo.
La miccia della curiosità si è accesa con Cadillac Records è un film del 2008 scritto e diretto da Darnell Martin, che ripercorre l’ascesa e il declino della Chess Records, casa discografica di Chicago fondata da Leonard Chess, che tra gli anni ’50 e ’60 portò al successo molti artisti di blues, segnando un’epoca. Parlo di Muddy Waters, Howlin Wolf, Little Walter e un certo Chuck Berry. Si dice che Chuck sia il vero padre fondatore della musica rock: colui il quale ha sdoganato il blues ad una dimesione non più intrisa di dolore e destinata solo ai poveri ragazzi neri ma anche e soprattutto alle folle di giovani bianchi americani, così assetati di sana ribellione. Qualche anno prima Muddy Waters era diventato una celebrità e tutt’oggi resta un riferimento chitarristico per i grandi padri della musica che tutti amiamo: parlo di Keith Richards dei Rolling Stones o lo stesso Jimmy Page dei Led Zeppelin. 


Holin Wolf – Smokestack Lightning

Così, dicevo, pensavo che il mio viaggio nel blues fosse iniziato da poco: invece ho scoperto che ogni album che fino ad oggi ho ascoltato trasuda qualcosa di chiaramente blues. Tutto quello che i Rolling Stones hanno fatto è blues; Jimi Hendrix è blues; Eric Clapton è blues; i Led Zeppelin sono blues; Bruce Srpingsteen è blues… ed è blues Bob Dylan. Vogliamo essere meno roboanti nei nomi? Prendiamo Luciano Ligabue: si è nutrito a dosi massiccie di Rolling Stones, Springsteen, Who: la matrice è il blues! Il rock che tutti abbiamo amato è il figliolo (neanche tanto nobile) di queste generazioni di musicisti neri che cantavano la loro disperazione con una chitarra acustica o un’armonica, divenute poi una chitarra elettrica, una batteria e un basso. Gente povera, cresciuta nelle piantagioni di cotone, che viveva la musica come unica via di uscita dalla sofferenza e con essa risaliva verso la purificazione dell’anima. Gente che aveva ben chiaro il significato di discriminazione razziale. Pensate che ai primi concerti di Chuck Berry negli stati del Sud c’erano le transenne che separavano la folla black da quella white. Finchè un giorno la musica ha infranto questo muro ed i giovani hanno cominciato a mescolarsi fra loro.


Eric Clapton canta Robert Johnson – Ramblin On My Mind

Allora, forse, vale la pena rivalutare tutto quello che è arrivato dopo: non necessariamente per togliere importanza ai nostri ascolti, ma solo per vederci più chiaro. Insomma: sappiate che il chitarrista degli AC/DC che saltella – facendo duck walk -con la sua Gibson Diavoletto sta solamente imitando Chuck Berry… !


Chuck Berry con Bruce Springsteen…. duck walk !

Se sono riuscito a portarvi fino a qui, se non mi avete mollato a metà dell’articolo allora sappiate che per rappresentare tutto questo ho scelto un artista che più di tutti rappresenta l’universo blues. Un ragazzo maledetto che scomparve a 27 anni, nell’agosto del 1938, dopo una terribile agonia dovuta al suo avvelenamento. Robert Leroy Johnson, l’angelo ribelle, ci ha lasciato solo 29 memorabili registrazioni che in molti considerano la scintilla iniziale di tutto. Ineguagliabile chitarrista, anima tormentata: narra la leggenda, alimentata anche dallo stesso Johnson, che il giovane bluesman abbia stretto un patto col Diavolo vendendogli la sua anima in cambio della capacità di poter suonare la chitarra come nessun altro al mondo. 

« Per me Robert Johnson è il più importante musicista blues mai vissuto. […] Non ho mai trovato nulla di più profondamente intenso. La sua musica rimane il pianto più straziante che penso si possa riscontrare nella voce umana.  »
Eric Clapton

Credetemi: vale la pena di approfondire.

Buona serata, Claudio

A Berlino da qualche anno si aggira un nuovo moderno Guru della comunicazione: si chiama Jan Vormann. Questo ragazzotto tedesco, classe 1983, ha deciso di affrontare a modo suo i vuoti irregolari dell’esistenza. La ricetta è di una semplicità disarmante ma ha qualcosa di maledettamente geniale: riempire i buchi e le crepe di vecchie facciate ed edifici con mattoncini Lego colorati. Jan riempie questi vuoti con questi mattoncini multicolore, creando piccoli episodi di singolare armonia.
Il fatto è che durante queste installazioni capita spesso che la gente incuriosita si metta a dare una mano. Risultato: sparuti gruppi di fedelissimi si aggirano per le grandi capitali europee emulando il Guru e creando inaspettatamente squarci di colore in mezzo al cemento.
Vormann ha iniziato a Berlino, lavorando sulle facciate della Humboldt University e decidendo di chiudere i fori dei proiettili lasciati dalla Seconda Guerra Mondiale. L’avventura è continuata a San Pietroburgo, Belgrado, Tel Aviv, Amsterdam.. arrivando anche in Italia a Bocchignano, piccolo comune vicino Roma.
Ci siamo chiesti il perchè di queste installazioni proprio con i mattoncini Lego ed ecco trovata la risposta dell’autore :

L’idea calza perfettamente con i nostri tempi. Primo: si tratta di un gioco contemporaneo con cui i bambini si divertono. Secondo: l’architettura ai giorni d’oggi permette crossover come questi . Il design contemporaneo ha aperto alla possibilità di capire la vita in un modo positivo e colorato. I mattoncini Lego portano con sè un valore di nostalgia che supera differenti generazioni in tutto il mondo. La combinazione dei mattoni e dei Lego crea ogni tipo di contrasto che, ai miei occhi, illumina la relazione fra estetica e funzionalità. Senza dubbio il progetto punta a moltiplicare le percezioni della realtà e poi… è semplicemente figo!

Non mi stupisce che esempi di autentica pazzia creativa come questa trovino terreno fertile in un città come la Berlino di oggi, più che mai orientata ad inseguire il futuro. Meglio se in maniera sostenibile.

un saluto a tutti,
Claudio

Per info: www.janvormann.com  

Vi  invito a leggervi l’intervista: http://www.halogenlife.com/articles/2529-interview-with-artist-jan-vormann-rebuilding-the-world-one-lego-at-a-time

Il 27 agosto 1979 a Tempio Pausania (Sardegna) Fabrizio De Andrè e sua moglie Dori Ghezzi vengono rapiti: sarà l’estate più dura di tutta la loro vita. Per diversi giorni vengono manenuti incappucciati e solo in seguito verranno legati ad un albero a volto scoperto. Unico riparo un telone di plastica.
Verranno ritrovati il 22 dicembre dello stesso anno, visibilmente deperiti e con indosso gli stessi abiti che portavano il giorno del rapimento.
La prima dichiarazione di Dori Ghezzi dopo il rilascio riferendosi ai suoi carcerieri è stata questa:
“Avevano un gran rispetto, mi hanno chiamata ‘signora’ dall’inizio alla fine.”
I sequestratori in seguito sono stati catturati dalle forze di polizia, ma i coniugi De Andrè non si sono nemmeno costituiti parte civile contro di loro. Ancora Dori Ghezzi: ” Praticamente eravamo indispensabili gli uni agli altri, avere noi significava mangiare perchè probabilmente erano dei latitanti”.
De Andrè e la moglie dimostravano in questo frangente tutta la loro sincera umanità. In seguito, in un concerto del ’98 Fabrizio veniva criticato duramente dalla stampa nazionale per una dichiarazione in cui sosteneva che mafia, camorra e ‘ndrangheta erano per molte persone l’unico canale di sostentamento. Ovviamente la dichiarazione veniva strumentalizzata con il solito coro di politici e giornalisti indignati. E ciechi perchè De Andrè -per me era chiaro- voleva spiegare il significato di una cosa chiamata “Pietà“.

La stessa “Pietà” di cui si parla nel “Testamento di Tito” in cui si racconta il calvario dei due ladroni Tito e Dimaco, crocifissi al fianco di Gesù, che soffrivano proprio con la stessa intensità del Nazareno e avevano la stessa dignità. Anche se avevano rubato e bestemmiato. I riferimenti alla pietà nella discografia sterminata del cantautore genovese sono davvero tanti: penso alla “Guerra di Piero” in cui il nemico che lo fredda con un colpo di fucile “ha il suo stesso identico umore ma la divisa di un altro colore”.
Oppure in “Princesa“, racconto di un ragazzo povero scopertosi dall’infanzia donna in corpo di uomo, che patisce le pene dell’inferno per scegliersi la vita che gli appartiene, quella del transessuale:

“lascio l’infanzia contadina
corro all’incanto dei desideri
vado a correggere la fortuna
nella cucina della pensione
mescolo i sogni con gli ormoni
ad albeggiare sarà magìa
saranno seni miracolosi
perché Fernanda è proprio una figlia
come una figlia vuol far l’amore
ma Fernandino resiste e vomita
e si contorce dal dolore
e allora il bisturi per seni e fianchi
in una vertigine di anestesia
finché il mio corpo mi rassomigli
sul lungomare di Bahia”

Vorrei concludere questa riflessione con una canzone che Fabrizio scrisse pochi mesi dopo la conclusione dell’esperienza del rapimento. Si chiama Hotel Supramonte ed è il nome che lui stesso ha dato al giaciglio di rami e fogli che è stata la sua casa durante le durissime settimane del sequestro. Dalla canzone traspare dolcezza: mai rancore, mai desiderio di vendetta.

Pietà  per me è ricercare la comprensione incondizionata, sospendendo il giudizio: non proprio facile, ma in fondo abbiamo tutta la vita per allenarci.
Claudio