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Maiko

Pubblicato: 25 gennaio 2010 in Celluloide, Esplorazioni
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Ci sono argomenti affascinanti sui quali di solito non ci si sofferma troppo: spesso l’idea supera la realtà.
Circa un mese fa, prendendo spunto dal fatto che Silvia aveva letto il libro Memorie di una Geisha di Arthur Golden, ho deciso di vedere il film, non senza titubare. Sia pur con alcune forzature tipicamente occidentali lo scorrere dei minuti non pesa affatto ma, anzi, più ci si inoltra nel mondo lontano delle tradizioni del Sol Levante, più viene voglia di andare oltre. Quindi si scopre che la geisha fu prima di tutto un’artista e una donna emancipata e in qualche modo libera, molto lontana dallo stereotipo di ragazza sottomessa e servile, per molti semplice prostituta. Questo si aspettavano di trovare i soldati americani quando sbarcarono sulle coste Giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale. Così gli alti ranghi delle forze armate Giapponesi, per compiacere gli invasori, assoldarono un vero e proprio esercito di false geishe, chiamate erroneamente geisha girls: queste, sì, prostitute. La realtà cambiava e diventava idea (falsa).. spinta in occidente da un torrente più o meno copioso di film e fotografie che mostravano queste donnine di facili costumi. E che non erano geishe. Solo recentemente la curiosità ci porta a riscoprirne il valore originario.. e come sempre succede viene voglia di prendere l’aereo, guarda caso verso oriente. Ricorrenze non casuali.

Claudio

da wikipedia:“Geisha”, pronunciato /ˈgeɪ ʃa/, è un termine giapponese (come tutti i nomi di questa lingua, non presenta distinzioni tra la forma singolare e quella plurale) composto da due kanji, 芸 (gei) che significano “arte” e 者 (sha) che vuol dire “persona”; la traduzione letterale, quindi, del termine geisha in italiano potrebbe essere “artista”, o “persona d’arte”.

Un altro termine usato in Giappone per indicare le geisha è geiko (芸妓, geiko?), tipico del dialetto di Kyōto. Inoltre la parola “geiko” è utilizzata nella regione del Kansai per distinguere le geisha di antica tradizione dalle onsen geisha (le “geisha delle terme”, assimilate dai giapponesi alle prostitute perché si esibiscono in alberghi o comunque di fronte ad un vasto pubblico, vedi più sotto).

L’apprendista geisha è chiamata maiko (舞妓, maiko?); la parola è composta anche in questo caso da due kanji, 舞 (mai), che significano “danzante”, e 子 o 妓 (ko), col significato di “fanciulla”. È la maiko che, con le sue complicate pettinature, il trucco elaborato e gli sgargianti kimono, è diventata, più che la geisha vera e propria, lo stereotipo che in occidente si ha di queste donne. Nel distretto di Kyoto il significato della parola “maiko” viene spesso allargata ad indicare le geisha in generale.


dal film “Memorie di una Geisha”: la danza della neve

da wikipedia
L’educazione della Geisha

Tradizionalmente le geisha cominciavano il loro apprendimento in tenerissima età. Anche se alcune bambine venivano e vengono ancora vendute da piccole alle case di geisha (“okiya”), questa non è mai stata una pratica comune in quasi nessun distretto del Giappone. Spesso, infatti, intraprendevano questa professione in maggior numero le figlie delle geisha, o comunque ragazze che lo sceglievano liberamente.
Gli okiya erano rigidamente strutturati; le fanciulle dovevano attraversare varie fasi, prima di diventare maiko e poi geisha vere e proprie, tutto questo sotto la supervisione della “oka-san”, la proprietaria della casa di geisha.

Le ragazze nella prima fase di apprendimento, ossia non appena arrivano nell’okiya, sono chiamate “shikomi”, e venivano subito messe a lavoro come domestiche. Il duro lavoro al quale sono sottoposte era pensato per forgiarne il carattere; alla più piccola shikomi della casa spettava il compito di attendere che tutte le geisha fossero tornate, alla sera, dai loro appuntamenti, talvolta attendendo persino le due o le tre di notte. Durante questo periodo di apprendistato, la shikomi poteva cominciare, se la oka-san lo riteneva opportuno, a frequentare le classi della scuola per geisha dell’hanamachi. Qui l’apprendista cominciava ad imparare le abilità di cui, diventata geisha, sarebbe dovuta essere maestra: suonare lo shamisen, lo shakuhachi (un flauto di bambù), o le percussioni, cantare le canzoni tipiche, eseguire la danza tradizionale, l’adeguata maniera di servire il tè e le bevande alcoliche, come il sake, come creare composizioni floreali e la calligrafia, oltre che imparare nozioni di poesia e di letteratura ed intrattenere i clienti nei ryotei.

Una volta che la ragazza era diventata abbastanza competente nelle arti delle geisha, e aveva superato un esame finale di danza, poteva essere promossa al secondo grado dell’apprendistato: “minarai”. Le minarai erano sollevate dai loro incarichi domestici, poiché questo stadio di apprendimento era fondato sull’esperienza diretta. Costoro per la prima volta, aiutate dalle sorelle più anziane, imparavano le complesse tradizioni che comprendono la scelta e il metodo di indossare il kimono, e l’intrattenimento dei clienti. Le minarai, quindi, assistevano agli ozashiki (banchetti nei quali le geisha intrattevano gli ospiti) senza però partecipare attivamente; i loro kimono, infatti, ancor più elaborati di quelle delle maiko, parlavano per loro. Le minarai potevano essere invitate alle feste, ma spesso vi partecipavano come ospiti non invitate, anche se gradite, nelle occasioni nelle quali la loro “onee-san” (onee-san significa “sorella maggiore”, ed è l’istruttrice delle minarai) era chiamata. Abilità come la conversazione e il giocare, non venivano insegnate a scuola, ma erano apprese dalle minarai in questo periodo, attraverso la pratica. Questo stadio durava, di solito, all’incirca un mese.

Dopo un breve periodo di tempo, cominciava per l’apprendista il terzo (e più famoso) periodo di apprendimento, chiamato “maiko”. Una maiko è un’apprendista geisha, che impara dalla sua onee-san seguendola in tutti i suoi impegni. Il rapporto tra onee-san e imoto-san (che vuol dire “sorella minore”) era estremamente stretto: l’insegnamento della onee-san, infatti, era molto importante per il futuro lavoro dell’apprendista, poiché la maiko doveva apprendere abilità rilevanti, come l’arte della conversazione, che a scuola non le erano state insegnate. Arrivate a questo punto, le geisha solitamente cambiavano il proprio nome con un “nome d’arte”, e la onee-san spesso aiutava la sua maiko a sceglierne uno che,secondo la tradizione deve contenere la parte iniziale del suo nomee che secondo lei, si sarebbe adattato alla protetta.

La lunghezza del periodo di apprendistato delle maiko poteva durare fino a cinque anni, dopo i quali la maiko veniva promossa al grado di geisha, grado che manteneva fino al suo ritiro. Sotto questa veste, adesso, la geisha poteva cominciare a ripagare il debito che, fino ad allora, aveva contratto con l’okiya; l’addestramento per diventare geisha, infatti, era molto oneroso, e la casa si accollava le spese delle sue ragazze a patto che queste, lavorando, ripagassero il loro debito. Queste somme erano spesso molto ingenti, e a volte le geisha non riuscivano mai a ripagare gli okiya.

Il romano Oreste Jacovacci (Sordi) e il milanese Giovanni Busacca (Gassmann) si incontrano durante la chiamata alle armi della prima guerra mondiale. Superate numerose peripezie, si offrono volontari come staffette per schivare i rischi maggiori. Dopo essersi perduti, un rapido capovolgimento della linea di fuoco li fa ritrovare in territorio avversario. Sopraffatti dalla paura ammettono di essere in possesso di informazioni cruciali per l’esito dello scontro e pur di salvarsi decidono di passarle al nemico, ma nel finale sapranno riscattarsi.
Un film maestoso, indimenticabile, che non invecchia mai. L’ho visto più e più volte, sempre emozionandomi: per ricordarci che essere italiani può anche essere motivo di orgoglio. Consigliatissimo.

Claudio

regia: Mario Monicelli

nazione: Italia

anno: 1959

voto Bikers & Books : *****

“mi te dìsi propi un bel nient: fàcia de merda! “

regia: Giuseppe De Santis

nazione: Italia

anno: 1949

voto Bikers & Books : ****

ci è piaciuto perchè :

“Quando la storia racconta di come eravamo e gli attori sono Gassmann e la Mangano, si conferma una volta di più che non servono effetti speciali per fare un capolavoro” (Silvia)

“Una miscela esplosiva a base di risate (amare), divismo nostrano, tradizione popolare e grande recitazione: quando il neorealismo guardava a Hollywood” (Claudio)

regia: Fritz Lang

nazione:Germania

anno: 1926

voto Bikers & Books : *****

Tg2 del 6.12.2007

Estratto da Metropolis “Shift change” – Cambio turno

Estratto da Metropolis “L’amore per Maria”